11 Gen 2011
cerimonia_2009.jpgCalmierare i prezzi degli affitti ; nuove regole per i centri storici ed i centri urbani, un nuovo patto tra commercianti e sindaci per rilanciare la qualità della vita nelle nostre città i contenuti dell’intervista al direttore Maurizio Francescon di Aldo Comello
Maurizio Francescon è direttore della Confesercenti che rappresenta a Padova 5000 imprese tra bar, negozi, attività artigianali, microindustrie.  Che cosa vede all'orizzonte dal suo osservatorio?  «Stiamo assistendo alla progressiva degenerazione del tessuto commerciale nei centri storici dei capoluoghi, ma anche nei paesi lo stesso fenomeno è in corso. Un "buco" in centro, 10 metri quadrati, viene a costare oggi al negoziante 800 euro al mese. Ma prendi una superficie "normale" da 60-100 metri quadrati, appena sufficiente per fare commercio. Il proprietario può contare su una rendita immobiliare che va dai 5000 ai 7-8000 euro al mese e magari l'impresa vende caramelle o biscottini, con quale ricarico? La conseguenza è un turn over forsennato degli esercizi commerciali, con attività che restano in media sulla piazza un paio d'anni prima di dare forfait. Di questo abbiamo avuto esperienza diretta con un ufficio-negozio in via Roma di 25 metri quadrati. Il canone mensile era di 1700 euro al mese. E non cito i grandi spazi da 300-400 metri quadrati dove la richiesta di affitto raggiunge diverse migliaia di euro al mese. Si tratta di rendite che le vicissitudini del mercato hanno spinto troppo in alto. L'effetto è quello di espellere dal centro le attività tradizionali, quelle che lo rendono animato, vivo, che ne fanno il cuore pulsante degli incontri, centro di scambio, di socializzazione, elemento cruciale per la qualità della vita. Un centro storico fatto di banche, di uffici di rappresentanza, di studi professionali, con le iniziative commerciali esiliate in periferia, dopo il tramonto diventa un deserto impercorribile e invivibile, a volte pericoloso».  C' è un sistema per porre freno a questi affitti iugulatori?  «Si sta definendo una proposta di alleanza tra rappresentanze commerciali e comuni, c'è la prospettiva di un patto: il nostro presidente Nicola Rossi si è speso alla ricerca di un accordo. Non è facile, perché calmierare i prezzi degli affitti comporta un'iniziativa di stile keynesiano che minaccia di infrangersi contro una pretesa violazione del diritto di proprietà. La stessa reazione potrebbe suscitare una tassa di scopo. Insomma, occorre inventarsi delle misure congrue e accettabili. A far da contrappeso, c'è la difesa dell'interesse collettivo che dà sostanza etica a un ridimensionamento dei profitti del proprietario».

 Una misura emergenziale...  «Certo, fino a 10 anni fa, l'idea di mettere morso e briglie ai prezzi degli affitti, avrebbe avuto il sapore di una difesa corporativa. Oggi è diverso: un centro popolato di negozi invoglia il turismo culturale, permette di accendere una politica di marketing, aumenta la percezione della sicurezza».  Senza contare che i Comuni con le tasche vuote hanno sempre meno discrezionalità nelle scelte. Quali investimenti?  «Nell'attuale congiuntura di crisi cronica con i trasferimenti statali ridotti all'osso, c'è il rischio che i Comuni per ragioni di sopravvivenza siano costretti a svendere il proprio patrimonio per ospitare iniziative commerciali atte a far cassa e questo sta già avvenendo. Ciò inquina l'attività dei Comuni che sono istituzioni di garanzia amministrativa quanto la presidenza della Repubblica lo è a livello costituzionale. Al Comune, costretto a svendere o ad accettare insediamenti non congrui, viene sottratta la sua funzione principe, cioè il governo del territorio. Questo rischio l'abbiamo corso alla fine della precedente amministrazione cittadina e oggi assistiamo alla crescita di una grande distribuzione (spazi superiori ai 2500 metri quadrati) che scavalca gli argini di un piano urbanistico-commerciale assennato. Nasce Dolo-city, sta per mettere radici il Parco commerciale di Limena o l'autodromo di Verona. Sono vere e proprie città nuove, spostano traffico, denaro, interessi, fanno esplodere concorrenze esiziali. Magari andrebbero bene se ne fosse determinata l'area di influenza».  Lei parla di nuovi quartieri o di nuove città, nate spontaneamente. Quali «A Padova abbiamo l'esempio della zona Stanga-Padova Est: qui in vent'anni la superficie reale di vendita ha raggiunto i 150 mila metri quadrati; in centro storico siamo arrivati a 130 mila metri quadrati, ma in 700 anni di storia. Realtà consolidata, oggi soggetta a una concorrenza che minaccia di smobilitare una grande ricchezza della città. La piazza delle Erbe è la più bella piazza delle erbe del Veneto. C'è il fascino della varietà delle merci ed anche quello dei colori. C'è una bella differenza rispetto all'ambiente algido di un ipermercato. Ma veniamo a un altro concetto importante in parte trascurato, è quello dell'accessibilità. Il parcheggio ex Cledca è nel cuore della città, ma perché il flusso verso i negozi funzioni è necessario attrezzare i percorsi pedonali: via Porciglia, per esempio, verso piazza Eremitani o la strada attraverso i giardini o il lungo-Piovego che porta in corso del Popolo. Quest'ultimo andrebbe "bonificato", reso sicuro e confortevole». Ma è in corso una metamorfosi più complessiva che cambierà i connotati ai vecchi centri, anche a quelli periferici?  «Ciò che si sta realizzando è un attentato in grande stile alla vecchia morfologia urbanistico-commerciale delle periferie o dei paesi: abbiamo individuato, attorno alla città, 45 piastre commerciali composte da piazze, chiese, negozi e negli ultimi tre anni il 20% delle piccole rivendite ha chiuso i battenti. Sono imprese messe al tappeto dalla crisi e dalla concorrenza».  La nostra città, con il suo impianto medievale è sempre stata caratterizzata dall'incrocio tra eventi spettacolari, feste di popolo laiche o religiose e attività commerciali. Oggi anche questo sta cambiando?  «Oggi come non mai è necessario coordinare i grandi eventi d'arte e di spettacolo. In città si sono accesi nuovi fuochi (il Museo diocesano, i grandi spazi di palazzo del Monte, palazzo Zabarella, il Centro Culturale Altinate, in futuro ci sarà il Castello): occorre una gestione manageriale, un tavolo di programma e le imprese vanno coinvolte, possono sponsorizzare l'evento, accendere di colori l'arredo urbano, partecipare alle spese e all'indotto come avviene all'estero. A Birmingham, per esempio. Insomma, solo un patto che sancisca una grande rivoluzione innovativa e una santa alleanza tra pubblico e privato ci può salvare. Un esempio forte è stato quello di "Ram" che ha mobilitato tutta la città. Si parla di un manager professionale dello spettacolo, di una figura specializzata nell'organizzazione di grandi eventi come avviene a Rovereto. Io vedrei meglio un tavolo di coordinamento cui far sedere, a fianco di istituzioni e di fondazioni bancarie, le rappresentanze dei commercianti e dei piccoli imprenditori quali artefici di iniziative di contorno in grado di "vestire" un grande spettacolo, una mostra importante, un convegno di eccellenza».