06 Dic 2012

Secondo l’osservatorio della Confesercenti padovana entro il 31 dicembre di quest’anno saranno 800 gli esercizi commerciali che chiuderanno i battenti nella nostra provincia.
Si tratta di esercizi con una anzianità in gran parte superiore ai 10 anni, alcuni storici, altri aperti da poco. Sono ubicati in centri storici di piccole, medie città, nella città di Padova, in quartieri, in piccoli comuni ma anche in centri commerciali.

 

In molti casi saranno sostituiti da disoccupati o da giovani che cercano fortuna o occupazione in attività commerciali che nel 70% dei casi chiudono nell’arco dei primi tre anni.

Ma perché chiudono?
I motivi sono più d’uno, dichiara il Presidente Nicola Rossi, dalla depressione dei consumi (-6%), alla sfiducia delle famiglie (meno investimenti), dalla difficile situazione economica ai provvedimenti di deregolamentazione del governo Monti (orari dei negozi) che hanno penalizzato ulteriormente i negozi di vicinato.
Ma, continua Rossi, c’è un motivo particolarmente pesante che porterà molti commercianti a chiudere bottega: le tasse – non c’e la facciamo più.

Il nostro osservatorio, continua Rossi, ha esaminato quattro attività commerciali della provincia di Padova. Nei vari settori, abbigliamento, panificio, alimentari, prodotti per la casa.

I titolari di questi esercizi tra il 16 novembre ed il prossimo 27 dicembre dovranno pagare tra il 19 mila ed il 45mila euro di imposte e tasse compresa l’IMU, solo per le attività commerciali.
Senza contare il costo dei dipendenti.
Il momento è particolarmente delicato, prosegue Rossi, se pensiamo che l’esborso di tasse in questo mese è per tutti e 4 i casi superiore al totale dei ricavi (non degli utili) previsti.

E’ evidente che molti non ce la faranno. Già il 27% dei commercianti padovani non ha pagato i contributi INPS propri e dei collaboratori nel corso del 2012. L’acconto di novembre non è stato pagato dal 20% dei commercianti, ed è evidente che si tratta del fatto che non hanno soldi.
Si tratta di un vero e proprio salasso, che metterà molti di noi in ulteriore difficoltà.
A questo, ancora più grave, sarà la scadenza delle dichiarazioni dei redditi. In tutti e 4 i casi esaminati, continua Rossi, il titolare dovrà pagare più tasse di quanto effettivamente dovuto. Con l’applicazione degli studi di settore, infatti, tutti si troveranno a dover aumentare (obbligatoriamente) i propri redditi dagli 8mila euro del negoziante di prodotti per la casa ai 20 dell’alimentarista.
Pensiamo che il negozio di abbigliamento dovrà aggiungere 12mila euro di reddito mai ricavati, l’alimentarista di 20,500 di 16mila il panificatore.
Così ci costringeranno tutti a chiudere, è l’amaro commento di Rossi. Probabilmente riusciremmo anche a portare lo spread dei nostri titoli al 287 nei confronti dei titoli tedeschi ma distruggeremo il tessuto economico e sociale dell’intero Paese, è l’amaro commento di Rossi.

Oggi, c’è la improcrastinabile necessità di fare provvedimenti concreti a favore delle imprese. Non ci servono bandi o altre deregolamentazioni, ci servono interventi che riavviino cantieri, che ridiano lavoro, che aiutino le famiglie che riducano l’ossessione fiscale e ridiano fiducia nel futuro, e ci servono subito.