06 Ago 2014

AbbigliamentoDopo l’Abruzzo e l’Umbria anche il Veneto chiede di promuovere un referendum popolare per abrogare la liberalizzazione selvaggia degli orari degli esercizi commerciali e ripristinare la possibilità per le Regioni di normare orari di apertura e chiusura, chiusure festive e infrasettimanali.
Con il via libera dato a fine luglio dal Consiglio regionale (42 sì, 2 contrari e 1 astenuto) alla richiesta di referendum proposta da Pietrangelo Pettenò (Federazione della Sinistra veneta) e appoggiata da tutte le forze politiche, il Consiglio Regionale del Veneto si unisce agli altri consigli regionali che, ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione, hanno chiesto un referendum per fare marcia indietro rispetto alla liberalizzazione totale decisa dal governo Monti.

Basta ora che altri 2 consigli regionali sottoscrivano la medesima richiesta per sottoporre alla Corte di Cassazione il quesito referendario che potrà portare gli italiani alle urne in merito al rispetto degli orari di apertura e chiusura di negozi e pubblici esercizi, delle chiusure domenicali e festive e delle mezze giornate di chiusura infrasettimanale.

“La Costituzione riconosce anche ai Consigli regionali (almeno 5) la prerogativa di proporre referendum abrogativi – commenta Pettenò – Il Veneto dà prova di voler sostenere la legge di iniziativa popolare di Confesercenti (che ha raccolto 150 mila firme), sostenuta anche dalla Conferenza Episcopale Italiana, per abrogare le norme che hanno sottratto alle Regioni ogni possibilità di regolamentare il settore. Credo che si tratti di una buona occasione per mettere insieme tanti soggetti che in modo trasversale si stanno battendo contro la liberalizzazione selvaggia e per restituire condizioni di lavoro dignitose a negozianti, commesse e ai tanti operatori del commercio coinvolti”.

“La liberalizzazione – spiega Mauro Bussoni, Segretario Generale di Confesercenti – avrebbe dovuto stimolare la concorrenza, favorire nuova occupazione e rilanciare consumi attraverso l’incremento delle occasioni di acquisto per le famiglie italiane. Constatiamo che l’intervento non ha raggiunto alcuno dei tre obiettivi: nel biennio in cui è stato in vigore la spesa delle famiglie è crollata come non mai nella storia della Repubblica Italiana, mentre i posti di lavoro offerti dal settore, sotto forma di occupazione dipendente ed indipendente, sono diminuiti drammaticamente”.
“Anche sul fronte della concorrenza”, spiega Bussoni, ”l’effetto della liberalizzazione è stato controproducente: la concentrazione dei consumi nei weekend ha favorito solo la grande distribuzione, contribuendo all’aumento dell’erosione di quote di mercato della gran parte dei piccoli esercizi. Che non possono sostenere l’aggravio di costi, diretto ed indiretto, in particolare a valere sul fattore lavoro, derivante da un regime di apertura continua che non ha eguali in Europa e che ha portato ad un accelerazione dell’emorragia di imprese nel settore: nei primi due anni di applicazione della norma si registra un saldo negativo di più di 38mila unità tra aperture e cessazioni di attività. Bisogna subito fare un passo indietro – conclude il Segretario Generale Confesercenti-: tornare alla regolamentazione degli orari dei negozi è una scelta necessaria, che garantisce un’equa concorrenza fra le diverse forme distributive. Siamo felici che la nostra proposta di ripensare le liberalizzazioni, avanzata più di un anno fa, abbia finalmente rotto il muro del silenzio. Ora si vada avanti, per risolvere un problema che è allo stesso tempo economico e sociale”.